AFLATOSSINE: IL CLIMA ATTUALE LE RENDE UN RISCHIO CONCRETO

Un dato è certo: le attuali condizioni ambientali sono senza dubbio favorevoli allo sviluppo dei funghi tossigeni del genere Aspergillus. Temperature particolarmente elevate anche durante le ore notturne, elevata umidità atmosferica e stagione siccitosa, sono le condizioni ideali per lo sviluppo delle aflatossine. Ora tutto dipenderà dal proseguo della stagione: se le temperature, non dovessero scendere il restante mais da raccogliere potrebbe essere compromesso, ma già una parte è stato raccolto per trinciati e pastoni.

“E’ il sesto anno consecutivo – precisa il dott. Paolo Guardiani, agronomo e nutrizionista di Terrepadane – che il problema aflatossine si ripresenta. Purtroppo non si tratta più di casi sporadici come nel 2003 o nel 2012 e questa costanza è indicativa di come stiano cambiando le condizioni climatiche. I modelli previsionali predisposti dalla Regione non prendono in considerazione temperature oltre i 39 ,eppure questo limite è stato superato a più riprese e con costanza.

E’ dunque assolutamente necessario – sottolinea Guardiani – un approccio culturale diverso per tutta la filiera, soprattutto gli agricoltori, perché oggi abbiamo a disposizione tutti gli strumenti di prevenzione per limitarne al massimo le conseguenze. Mi riferisco all’utilizzo dell’Aspergillus flavus, il principio attivo del formulato AFX1 2016, nato dalla ricerca condotta dall’Università Cattolica di Piacenza (prof. Battilani ed il suo staff) su un progetto dei Consorzi Agrari d’Italia unitamente a Pioneer.

Si tratta- spiega Guardiani- di un agente di biocontrollo, naturalmente presente nell’ambiente, a base del ceppo atossigeno MUCL54911 di A. flavus, che può essere impiegato su granella di mais destinato ad uso mangimistico al fine di ridurre il contenuto di aflatossine che come noto hanno effetto cancerogeno. Quando il prodotto è applicato alla coltura, compete con i ceppi di A. flavus che producono le aflatossine e ne limita la presenza, oltre il 90%.

In Italia arrivano ogni anno circa 4 milioni di tonnellate di mais. Il nostro mercato preferisce il prodotto locale, ma se la produzione nazionale é carente, come é avvenuto nelle annate sopracitate, aumentano le importazioni con impatto negativo sulla tenuta dei prezzi del mais italiano.

La ragionevole certezza di poter reperire sul mercato, mais caratterizzato da bassi livelli di contaminazione è, quindi, di primaria importanza; in altri termini il rischio di incorrere in contaminazioni inaccettabili nel breve periodo, ad esempio con effetti negativi sulla salute degli animali allevati, o nel medio periodo, ad esempio sul formaggio in stagionatura, sono diventati uno degli elementi salienti che conducono a privilegiare fonti e areali di approvvigionamento a basso rischio o forniture soggette all’origine a particolari controlli o modalità di produzione. Per questo AFX1 rappresenta uno strumento innovativo nella lotta alle aflatossine essendo un principio naturale, in grado di combattere tale avversità, senza impatto negativo per l’ambiente e per la salute umana ed animale e garantendo altresì la sicurezza alimentare del mais prodotto. Eppure- precisa Guardiani- per ora l’utilizzo di questo innovativo prodotto è ancora troppo limitato”.

C’è poi un altro elemento importante a parere di Guardiani: “Oltre alle innovative tecnologie di irrigazione e difesa di cui il nostro Consorzio è tra i leader europei, bisogna sempre ricordare che in Italia è attivo il miglior sistema di controllo al mondo per tutto ciò che attiene il sistema agro-alimentare e quindi è molto difficile che le micotossine possano entrare nei mangimi per gli animali da allevamento (vacche) e poi nel formaggio.

Nei mangimifici di Terrepadane, ma suppongo anche in tutti gli altri, nessun carico di mais viene scaricato, se prima non è stato analizzato. Il latte eventualmente contaminato, con i sistemi di controllo attuali, non può arrivare al consumatore e nemmeno il formaggio. Se c’è anche il minimo rischio, tutto viene bloccato ed eliminato. Ma il punto è- a parere di Guardiani- soprattutto di crescita culturale: l’allevatore non deve mai accettare neppure il minimo rischio e quindi, oltre alla fondamentale difesa in campo, deve essere consapevole che l’alimentazione delle vacche deve comprendere al massimo 3 kg di farina di mais, ed utilizzare, di concerto con gli alimentaristi, orzo, sorgo e frumento. Oggi la scienza ha compiuto passi da gigante sul benessere animale ed una corretta alimentazione è principio basilare per gli eccellenti prodotti che siamo in grado di portare sui mercati e che hanno reso l’Italia il punto di riferimento qualitativo nel mondo. Certo c’è anche la soluzione dei biodigestori, ma coltivare mais per alimentarli deve essere una soluzione solo di ripiego, non il fine della coltivazione. Oggi siamo in grado di produrre in sicurezza: basta volerlo!”

Fonte: Terrepadane

 

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