Come fronteggiare l’aviaria

Aviaria, virus ‘killer’

Come mai, è lecito chiedersi, il virus dell’aviaria (ceppo H5N8) non si ferma nonostante tutti gli sforzi e la pronta risposta dei servizi veterinari italiani?
Più d’una le motivazioni. Da una parte le caratteristiche del virus stesso, una sorta di ‘killer dalle mille risorse, dall’altra la complicazione di una profilassi che chiede una perfetta sinergia fra allevatori e veterinari.

Perché se è pur vero che negli allevamenti avicoli vige un attento rispetto delle regole generali di igiene e profilassi, nel caso dell’influenza aviaria occorre alzare il livello delle misure di biosicurezza da parte degli allevatori stessi.

Conoscerlo per combatterlo

Per farlo è tuttavia necessario conoscere al meglio possibile le caratteristiche del ‘nemico’ da combattere.
Iniziamo allora con il ricordare che si tratta di un virus con una grande resistenza nell’ambiente, dove può conservare la capacità di infettare per lungo tempo, in particolare quando le temperature sono più basse. Non a caso tutte le influenze sono più frequenti durante la stagione fredda…

Fra le sue caratteristiche va ricordata la forte capacità di mutazione (come avviene per l’analogo virus che colpisce l’uomo), che ci mette di fronte a numerosi sierotipi. Questi si dividono in due gruppi, a bassa patogenicità(meno dannosi) e ad alta patogenicità, con conseguenze devastanti sugli animali colpiti.

I sintomi dell’aviaria

Quando colpisce un allevamento gli animali presentano penne arruffate, il consumo di alimenti cala sensibilmente, aumenta la mortalità ancor prima che si manifestino i primi segni clinici. Un esame dei singoli animali evidenzia poi temperatura alta, respirazione alterata e secrezioni oculari e dal becco. Frequenti gli edemi a creste e bargigli, mentre le feci sono diarroiche e di colore verdastro.
Nel caso delle ovaiole si noterà un calo della produzione e la presenza di uova dal guscio sottile o persino assente.

La prima cosa da fare è chiamare il proprio veterinario di fiducia o rivolgersi al più presto ai servizi veterinari della Asl.
Gli esami di laboratorio confermeranno o meno la presenza del virus e consentiranno di evitarne il diffondersi.
Prima si fa meglio è.
Una regola che vale per tutti gli allevamenti, grandi o piccoli, intensivi o a carattere famigliare.

Come si diffonde il virus

Perché tanta urgenza nella diagnosi? Ogni minuto perso aumenta la possibilità che il virus possa aggredire altri allevamenti, grazie alle sua capacità di muoversi nell’ambiente utilizzando ogni mezzo, a breve distanza attraverso le vie respiratorie dei singoli animali, a grandi distanze con polvere e oggetti contaminati.
Il vento, le scarpe degli addetti, le ruote dei mezzi che entrano negli allevamenti, sono tutti ‘mezzi di trasporto che il virus può utilizzare per spostarsi.

Poi ci sono gli uccelli selvatici, che oltre ad essere aggrediti dal virus al pari di polli e tacchini, possono trasferire il virus a grandi distanze. Nel caso degli uccelli migratori, dove il virus resta attivo per settimane, queste distanze si misurano in migliaia di chilometri.

Virus dell’aviaria ubiquitario

Non stupisce allora che l’influenza aviaria sia presente in tutto il mondo e l’Europa non fa eccezione. L’Istituto zooprofilattico delle Venezie, Centro di referenza per questa virosi, aggiorna costantemente la mappa sulla diffusione del virus. A fine novembre i focolai presenti sono 2165 e non risparmiano nessun paese europeo, dall’Austria all’Ungheria.

Allevamenti ‘sotto scacco’

A dispetto di tutte le misure di prevenzione prese negli allevamenti intensivi, il virus può contare per la sua sopravvivenza e diffusione sugli uccelli selvatici e sui piccoli allevamenti rurali, dove non sempre le norme di biosicurezza sono seguite alla lettera. Così tutti gli allevamenti, grandi o piccoli che siano, sono costantemente sotto scacco‘ da parte dell’influenza aviaria.

Fra quelli più esposti al virus figurano i sistemi all’aperto, dove gli animali hanno libertà di accedere a parchetti esterni.
Una tipologia che si riscontra in particolare per gli allevamenti di ovaiole, che possono così etichettare le loro uova come prodotte all’aperto.

All’aperto, ma non troppo

Conoscendo gli aumentati rischi di contrarre l’influenza che si verifica negli animali all’aperto, le normative europee prevedono che in presenza di focolai della malattia possa essere impedito agli animali l’accesso ai parchetti esterni, ma per un periodo non superiore alle 12 settimane.

Una regola in vigore dal 2008 che la Commissione europea ha deciso di rivedere in questi giorni, dopo l’acuirsi degli episodi di influenza aviaria.
Passano così a 18 le settimane durante le quali gli animali possono restare confinati all’interno dei capannoni, pur conservando la possibilità di etichettare le produzioni come ottenute ‘all’aperto’.

Parola d’ordine, collaborazione

Contro l’influenza l’arma più efficace resta la stretta collaborazione fra allevatori e veterinari. I primi adottando tutte le misure di biosicurezza e segnalando ogni caso sospetto. I secondi applicando alla lettera, come già fanno, le misure di polizia veterinaria previste per questa patologia.

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Fonte: Agronotizie

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