Le emissioni di metano in zootecnia

È importante tenere sotto controllo le emissioni di metano che provengono dalla zootecnia: anche se il comparto agricolo non è quello che incide maggiormente sull’effetto serra, il costante aumento delle temperature richiede la massima attenzione.

Vediamo un po’ di numeri in questo articolo.

Un po’ di chiarezza: quanto metano dalla zootecnia

In base ai dati forniti dall’Organizzazione meteorologica mondiale (Wmo) il decennio 2011-2020 è stato quello più caldo mai registrato, e il 2019 ha registrato un aumento di 1,1 °C al di sopra dei livelli preindustriali.

A questo preoccupante aumento di temperatura è necessario porre un limite. L’incremento di 2 °C è associato a uno scenario di gravi impatti negativi sull’ambiente naturale e sulla salute umana e animale, per questo motivo la comunità internazionale ha riconosciuto la necessità di mantenere il riscaldamento ben al di sotto dei 2°C chiedendo urgentemente profondi tagli alle emissioni globali di gas serra (Accordo di Parigi, 2015).

Benché la zootecnia non sia il comparto che incide maggiormente sulle emissioni in atmosfera e benché rientri nel settore primario che è incomprimibile perché fornisce cibo alla popolazione mondiale, tutti gli attori della filiera sono consapevoli che è doveroso un impegno per raggiungere il massimo livello di riduzione delle emissioni.

I principali gas serra, oggetto di innumerevoli studi e attività di contenimento delle emissioni, sono il metano (CH4), l’anidride carbonica (CO2) e il protossido di azoto (N2O). Questi sono definiti gas serra diretti in quanto la loro presenza in atmosfera incide direttamente sull’aumento della temperatura.

Accanto a questi, vengono prodotti altri gas: l’ammoniaca (NH3), il monossido di carbonio (CO) e l’anidride solforosa (SO2). Alcuni possono contribuire all’effetto serra in seguito a reazioni chimiche atmosferiche e vengono definiti gas climalteranti indiretti.

Le emissioni del settore agricolo

Nel 2019 solo il 7,1% delle emissioni italiane sono state prodotte dal settore agricolo, che si colloca al terzo posto come fonte di emissioni dopo quello energetico (80,5%) e quello delle produzioni industriali (8,1%). La riduzione della quantità di CO2 equivalente emessa dall’agricoltura è del 17,3 % nel periodo 1990-2019 (dati Ispra 2020). I motivi di questa significativa riduzione risiedono, essenzialmente, non solo nella diminuzione del patrimonio zootecnico complessivo, a fronte di un consistente aumento della produzione, ma anche in un sensibile miglioramento nelle tecniche di allevamento, nel management, nell’alimentazione e nel benessere degli animali allevati, nell’utilizzo di macchinari, materiali e tecnologie di precision farming.

Nel 2018 gli allevamenti italiani hanno prodotto 19.872 mila tonn. di CO2eq, pari al 65% delle emissioni complessive dell’agricoltura e al 5,2% di quelle totali nazionali. Rispetto al 1990, il comparto zootecnico italiano ha ridotto le emissioni del 12% e, rispetto al 1970, si è stimata una riduzione delle emissioni di metano del 40% (dati Ispra 2020).

Circa il 44% delle emissioni dell’intero settore agricolo sono in forma di metano (CH4), ossia il 3,12% del totale delle emissioni in atmosfera. La maggiore produzione di CH4 deriva dalla fermentazione enterica dei ruminanti, e in misura minore dei monogastrici, attraverso il processo digestivo in cui i microrganismi degradano gli alimenti fibrosi in molecole semplici. La seconda fonte metanogena riguarda la gestione delle deiezioni e delle lettiere.

È noto che l’entità della produzione di CH4 dei bovini dipende da alimentazione (ingestione S.S., PG, ecc), dal livello produttivo, da genetica e benessere, da tempo e modalità di stoccaggio del letame, dal tipo di lettiera, dall’ambiente e dalle temperature, anche se ogni animale può avere livelli di emissione diversi a parità di condizioni ambientali. Quanto appena detto evidenzia l’importanza di effettuare una misurazione del metano negli allevamenti.

È stato stimato che aziende intensive che adottino razioni alimentari ricche di concentrati e povere in contenuto di foraggi hanno un impatto minore in termini di emissioni di CH4 rispetto a quelle estensive che prevedono il pascolo degli animali e un elevato utilizzo di foraggi.
Il metano emesso dalla digestione dei ruminanti è al centro di molteplici inchieste e dibattiti che tendono a colpevolizzare gli allevamenti. È importante specificare che il CH4, attraverso il processo di ossidazione, viene trasformato in CO2 entro un periodo di 11 anni, rientrando nel ciclo biogenico del carbonio.

Quindi, benché il suo potenziale di riscaldamento globale sia 28 volte maggiore rispetto a quello della CO2, il suo impatto è di breve-medio periodo in quanto viene trasformato con la stessa velocità in cui viene emesso, rendendolo un fenomeno reversibile.

Al contrario, la CO2 immessa in atmosfera, principalmente dai settori del trasporto (30,7%) e delle industrie energetiche (26,9%), è un gas che si accumula nel tempo.

Il monitoraggio aziendale costante del metano e degli altri gas è l’arma più efficace da mettere in campo per aiutarci nell’applicazione delle strategie di riduzione delle emissioni. Il progetto Leo, attraverso la sua propensione all’innovazione e all’utilizzo di strumenti di precision livestock farming, fornirà nuovi elementi per la ricerca delle migliori strategie di mitigazione, concorrendo al raggiungimento degli obiettivi comunitari di riduzione delle emissioni entro il 2030.

L’unità di misura

Al fine di poter lavorare con la stessa unità di misura, le emissioni dei gas sono espresse in termini di CO2 equivalenti, utilizzando fattori di conversione che considerano gli specifici potenziali di riscaldamento globale.
Ogni gas contribuisce al riscaldamento globale in funzione della quantità assoluta presente in atmosfera e delle proprietà di interazione con le radiazioni delle sue molecole.

Fonte: informatorezootecnico.edagricole.it

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