Uso degli antibiotici in campo veterinario: la situazione Italiana

Nonostante l’Italia sia tra i maggiori acquirenti di antibiotici in campo veterinario sul territorio Europeo, l’utilizzo di questi all’interno delle stalle è calato drasticamente.
L’articolo che vi proponiamo spiega le verità che si nascondono dietro dati che sembrano in un primo momento contrapporsi.

Antibiotici in Italia

L‘Italia si è fortemente impegnata su questo fonte e figura fra i paesi più virtuosi, avendo ridotto di oltre il 42% il consumo di antibiotici, percentuale che arriva a più dell’80% per i polli.
Scendiamo invece in fondo alla classifica se si considerano le vendite di antibiotici.
I dati di Ema attribuiscono all’Italia un consumo di 932 tonnellate di antibiotici, superiore a quello di Francia (456 tonnellate) e Germania (753 tonnellate) e inferiore solo a pochi altri paesi.

Due punti di vista diversi, che all’apparenza offrono risposte opposte, cosa che invita ad approfondire un problema importante come questo.
Si scopre allora che nel valutare il consumo di farmaci, come ricorda la stessa Ema, non è semplice distinguere con nettezza fra animali da reddito e da affezione.
Per di più i calcoli prendono le mosse dalla produzione e vendita, che può non coincidere con il consumo reale, tenuto conto della quota di farmaci esportati.

La ricetta elettronica

Ora però gli strumenti per una analisi più puntuale ci sono, grazie all’introduzione della ricetta elettronica veterinaria.
Entrata a pieno regime nel 2020, dopo un periodo di “rodaggio” nell’anno precedente, la ricetta elettronica veterinaria consente oggi di offrire dati precisi sul reale consumo di farmaci. E i numeri che propone lasciano spazio a interessanti valutazioni.

Anzitutto l’enorme divario fra ricette destinate agli animali da affezione e quelli in produzione zootecnica.
A fronte delle 850mila ricette per la prescrizione di farmaci destinati agli animali produttori di alimenti per l’uomo, troviamo oltre 10 milioni di ricette dedicate ai “pet”, come si usa definire gli animali da compagnia.
Sembrano dunque questi ultimi, e non gli allevamenti, i più abituali “consumatori” di farmaci, presumibilmente anche di antibiotici.

Si potrà obiettare che esiste una profonda differenza fra le quantità di farmaci prescritte con ogni ricetta nel primo caso rispetto al secondo.
È un po’ come paragonare la ricetta del nostro medico di famiglia con quella di un ospedale, dove la quantità di farmaci per ogni ordine è ovviamente più elevata.

Contando le “confezioni”

Vero, ma la ricetta elettronica risponde anche a questo quesito.
Lo fa dicendoci il numero esatto di confezioni prescritte.
A fronte di quasi 16 milioni di confezioni per gli animali da compagnia, se ne contano circa nove milioni per gli animali da reddito.
Anche sommando i 13 milioni di confezioni destinate a completare le “scorte”, si arriva a soli 22 milioni di confezioni per gli animali in produzione zootecnica.
Aggiungendo la voce “scorte” anche nel caso dei “pet”, che assommano a 8,6 milioni, il totale arriva a 24,4 milioni di confezioni. Fra i due settori la differenza sembra modesta.

E’ il “peso” che conta

Anche in questo caso il numero, se non interpretato, può portarci fuori strada. Vediamo perché.
Se mettiamo in relazione fra loro il numero delle confezioni e il peso degli animali ai quali sono destinati si hanno delle sorprese. Proviamo a fare insieme due conti.

In Italia, paese con un’alta concentrazione di pet, si contano circa 14 milioni di esemplari tra cani e gatti. Ipotizzo una media in eccesso di 20 chili, comoda anche per i nostri conteggi.
Si ha un totale di 280 milioni di chili di peso vivo.
Ora passiamo agli animali da reddito: a grandi linee 5,6 milioni di bovini, 8,8 milioni di suini e 6,3 milioni di pecore.
Poi ci sono da aggiungere gli avicoli, circa 150 milioni di capi per ciclo. Il totale complessivo è di circa 3,6 miliardi di chili di “massa animale”. Tanti quanti ne ipotizza la stessa Ema.

Ne consegue che la “pressione” dei farmaci sembrerebbe molto differente fra l’uno e l’altro caso. Per i pet abbiamo 0,087 confezioni per chilo, contro 0,0061 confezioni negli animali in produzione zootecnica.
In altre parole, gli animali da compagnia sembrerebbero assumere farmaci in quantità oltre dieci volte superiore agli animali da reddito.

Lotta all’antibiotico resistenza

Certo, per essere precisi questi conti andrebbero fatti in altro modo.
Non contando le confezioni, bensì le effettive quantità di principio attivo somministrato.
Sarebbe opportuno che in futuro la ricetta elettronica possa rispondere anche a questo quesito.

Che siano o meno i nostri amici a quattro zampe a consumare più farmaci degli animali da reddito non risolve il problema dell’antibiotico resistenza.
Più semplicemente ne sposta il punto di osservazione, suggerendo di prestare attenzione anche al comparto pet.
Questo non assolve le imprese zootecniche e i loro responsabili sanitari nel proseguire con un impegno persino maggiore nel ridurre l’impiego degli antimicrobici.

Invito che nel solco della filosofia One-health promossa dalla Oms, va rivolto anche alla medicina.
Preoccupante a questo proposito la denuncia della Agenzia italiana per il farmaco (Aifa) per l’elevato uso improprio delle terapie antibiotiche in campo umano, che si rivelano inappropriate in un caso su quattro.
C’è dunque molto da lavorare. Ma ora va preso atto che quando si parla di antibiotico resistenza non bisogna puntare il dito solo contro gli allevamenti.

Fonte: Agronotizie.com

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